Art through Fashion: Cretti / L'Arte attraverso la Moda: Cretti

Left: Balenciaga Fall 2013-14 fashion show || Right: detail of the Cretto bianco - Alberto Burri


Nel corso della storia del brand, Maison Martin Margiela ha più volte proposto giacche in pelle crepata, pantaloni e stivali in tessuti simili alla carta pitturata e poi lasciata essiccare. L’inverno scorso è stato il turno di Balenciaga che, con i suoi top in maglia dipinta, ha sancito l’inizio di un vero e proprio trend sfoggiato dalle fashioniste di tutto il mondo. Zara, Asos e altre aziende di abbigliamento low cost, poi, non si sono lasciate sfuggire quest’occasione e hanno proposto la loro versione di questi capi scrostati.
Il fascino esercitato dalle superfici “crettate” ha di certo natura ancestrale ed evoca sensazioni che spesso sono tutt’altro piacevoli, come ad esempio quelle legate alla visione di paesaggi aridi e brulli, terreni desolati e riarsi dalla calura del sole. Superfici del genere, una volta inserite in elementi di vestiario, denotano un certo passare del tempo e la conseguente usura, ma è anche vero che esse sono un perfetto mezzo artistico per esternare la propria filosofia e visione della vita o per compiere un ritorno all’origine della materia, alle basi del design o della pittura. E forse non è un caso che ben due periodi della produzione di uno dei più grandi artisti umbri del Novecento, Alberto Burri, noto in tutto il mondo per il suo approccio assolutamente informale e per la sua volontà di rifiutare etichette, siano dedicati proprio a queste superfici.



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Cretto G 1 - Alberto Burri

Balenciaga Fall 2013

Zara Fall 2013

Burri nacque a Città di Castello (in provincia di Perugia) il 12 marzo 1915, si laureò in medicina e lavorò come ufficiale medico in Tunisia, dove fu catturato per poi essere spedito nel campo di Hereford. Nel ’46 fece ritorno in Italia, abbandonò la carriera medica per dedicarsi interamente alla pittura.
I suoi primi soggetti, nei primi anni ’50, furono i Sacchi, costituiti sulla base di quei sacchi di juta con i quali aveva avuto grande familiarità durante la prigionia in Texas. Dal ’57 in poi, invece, presentò diverse serie realizzate con l’ausilio del fuoco (i Legni, le Plastiche e i Ferri) nelle mostre statunitensi, come ad esempio quella tenutasi all’Oakland Art Museum in California.
E finalmente, con l’arrivo degli anni ’70, Burri si dedica a soluzioni monumentali per le quali abbandona il fuoco, i mezzi tecnici e accessori (come i sacchi di juta, il legname, i metalli e la plastica di vario genere) per fare ritorno agli elementi fondanti e fondamentali dell’arte pittorica: la tela, il colore e i materiali di origine terrosa. Nel 1973 realizza il Cretto Bianco e il Grande Cretto Bianco per poi proseguire con la sua produzione fino al 1976, quando la abbandona quasi completamente a favore dei Cellotex.
La tecnica adottata da Burri per realizzare i Crettiprevedeva un impasto di bianco di zinco e colle viniliche (al quale si possono aggiungere terre per ottenere una colorazione diversa dal bianco) da stendere su un supporto in cellotex per poi essere lasciato ad essiccare. Man mano che le dimensioni delle sue opere crescevano, però, Burri dovette anche cambiare l’impasto di partenza, aggiungendo il caolino e utilizzando il vinavil solo dopo la conclusione del processo di asciugatura.
Lo scopo dell’artista era quello di evocare l’idea del trascorrere inesorabile del tempo, di proporre una nuova compostezza dell’arte e, soprattutto nel caso dei Cretti bianchi, di affidare l’espressività dell’opera unicamente alla sua tramatura, senza l’aggiunta di altri colori dopo l’essiccatura.

Opere tanto basilari e severe, come erano appunto i Cretti, potevano di certo offrire applicazioni pratiche, ad esempio nel campo dell’impegno sociale. Fu così, infatti, che, nei primi anni ’80, dopo un periodo dedicato interamente aiCellotex, Burri riprese per la seconda volta la produzione dei Cretti, raggiungendo un livello di monumentalità del tutto inusitato con la realizzazione del gigantesco Cretto di Ghibellina.
La siciliana Ghibellina, gemellata con Città di Castello, fu vittima del terremoto della notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, che la devastò tanto profondamente che la riedificazione non poté avvenire sul sito della vecchia città ma una ventina di kilometri più a valle. Il Cretto di Ghibellina – straordinario esempio di land art, nonché austero monumento in ricordo della sofferenza umana – venne concepito come una sorta di immenso sudario di cemento con il quale rivestire i resti di una tragedia che molto aveva in comune con l’idea di base dei Cretti di Burri: non era stato il fuoco a piegare la materia e a distruggere la città, ma la terra che si era spaccata. L’impresa artistica di Burri iniziò nel 1985 con l'intenzione da parte dell’artista di coniugare due momenti: quello precedente la distruzione (che doveva essere ottenuto tramite la restituzione di una parvenza dell'antico centro abitato di Ghibellina – motivo per cui le fenditure vennero progettate e realizzate abbastanza larghe e profonde da ricordare vie e piccole strade) e quello del attimo in cui la città veniva effettivamente sconquassata dal terremoto (reso grazie alla trama dell’opera).
La costruzione del Cretto di Ghibellina, tuttavia, venne interrotta nel 1989 e il monumento commemorativo non fu mai ultimato, dal momento che Alberto Burri morì a Nizza il 13 febbraio 1995.

Il cretto di Ghibellina - Alberto Burri

Marni Fall 2013

Maison Martin Margiela jeans

Maison Martin Margiela paper like pants and shoes - Spring 2010 

3.1 Phillip Lim Spring 2014

Maison Martin Margiela x Converse